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Sulle
tavole dei re
Riferimenti
bibliografici del 1382, tratti dagli archivi della
famiglia Savoia, attestano l'apprezzamento del
tartufo da parte dei fossanesi Principi d'Acaja
e la loro raffinata consuetudine di offrire in
dono a Bona di Borbone il raro e preziosissimo
fungo.
Ma è soltanto dopo il Rinascimento che
la storia del tartufo inizia il suo percorso scientifico,
senza per questo trascurare le molte elaboratissime
proposte dell'epoca sia in Italia che in altre
nazioni.
Nella reggia di Versailles in quegli anni i tartufi
rientrano spesso come insostituibili ingredienti
della più rinomata cucina d'oltr'Alpe,
e nel 1385 sono i "diamanti grigi" (probabilmente
del Perigord) a coronare il menù nuziale
di CarloV con Isabella di Baviera.
Verso la fine del XV sec. in un trattato del Palatina
De Honesta Voluptate et Valetudine l'autore consiglia
di gustare queste preziose callosità della
terra, cotti nella cenere calda, puliti e preparati,
come contorno o condimento per piatti a base di
carne; e nel Morgante Maggiore del Pulci (XV secolo)
è ancora il tartufo che irrompe fra le
regali portate.
Il mistero della sua origine
Nel
1564 in una pubblicazione spesso fantasiosa (Opusculum
de tuberibus) l'ardimentoso Alfonso Ciccarelli
medico di Bevagna, ipotizza per la prima volta
che il tartufo sia un micete particolare, intuendo
l'autore, tra le tante fantasticherie riportate,
la stretta relazione tra lo sviluppo dei tuberi
e le condizioni ambientali, anticipando di secoli
i risultati della ricerca micologica.
Nel 1699, Ray individua in frammenti di tartufo
la presenza di microstrutture che i successivi
ricercatori avvalendosi di rudimentali strumenti
ottici definiranno come spore.
E' a partire però dagli inizi del XVIII
secolo che si hanno le prime notizie scientifiche
sulla classificazione e sulla disseminazione del
tartufo, stimolate da sempre maggiore richiesta
di un prodotto caratterizzato da quella straordinaria
prelibatezza ben nota alla contessa di Castiglione
che lo imponeva sempre alla sua mensa quando tra
gli invitati era presente Napoleone.
Nel 1711 Geoffroy fu tra i primi a classificare
i tartufi come funghi e nel 1729 Pierantonio Micheli,
probabilmente non conoscendo il poema Tubera Terrae
di Giovanni Bernardo Vigo, (1726) professore di
eloquenza all'Università di Torino, dove
lo stesso, pur non apportando contributi scientifici
esalta le qualità del tartufo
bianco, pubblica i risultati delle sue ricerche
nell'opera Nova plantarum genera, classificando
correttamente e definitivamente come miceti due
specie di tartufo nero, il Tuber melanosporum
e il Tuber aestivum.
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