barolo
Dono degli dei
Declamati dai poeti, costantemente presenti alle mense dei nobili e dei potenti, i tartufi hanno conservato per secoli oltre alla fragranza anche un alone di mistero...
Le più antiche leggende, dalla dubbia paternità, che ci sono state tramandate nei secoli, attribuiscono al volere di Zeus la nascita dei tartufi, che si verifica sempre e soltanto nel punto esatto dell'impatto col suolo delle saette scagliate sulla terra dal padre dell'Olimpo.
Per il filosofo Teofrasto (372-287 a.C.), discepolo di Aristotele, ed autore di un antico trattato di botanica, Historia plantarum, il tartufo è opera del tuono che scuotendo alberi e radici genera un così raro e magnifico prodigio.
Nicandro li considerava come frutti della terra prosciugata dai raggi solari; Plutarco attribuiva la loro origine al risultato di un'insolita alchimia catalizzata dalla folgore, mentre per Dioscoride i tartufi erano da ritenersi semplici radici tuberizzate.
Areteo di Cappadocia ed il suo più illustre collega Galeno (I e II sec d.C.) pur senza troppo dissertare sulla loro natura li collocarono saggiamente tra i frutti più nutrienti, stimolanti ed eccitanti della terra.

...o frutto diabolico

Nel Medioevo, anche se gli studi non approdarono a risultati scientificamente interessanti sull'origine del tartufo, il suo impiego gastronomico non venne affatto trascurato comparendo spesso tra le portate dei banchetti dell'epoca, (a questo proposito, nel romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa, il monaco Adso vien messo a conoscenza di un prelibato frutto del sottobosco in grado da solo di esaltare la povera mensa di un monastero...) in contrapposizione ad una campagna denigratoriae ad oscurantistiche affermazioni che in quell'epoca lo definivano come un frutto diabolico, maledetto e nocivo, sterco di Satana e cibo da streghe.
 
 
 
 
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