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Presenti
su tutti i continenti, distribuiti prevalentemente
in una fascia di vegetazione compresa tra il 40°
ed il 46° grado di latitudine nord, i tartufi
hanno da sempre riscontrato tra le popolazioni
mediterranee i maggiori consensi, e l'indiscusso
apprezzamento di lontani estimatori. Oggi, sulla
base di ormai consolidate acquisizioni micologiche,
è però doveroso sottolineare che
quelli che gli antichi abitanti delle coste mediterranee
consideravano come tartufi, non rappresentavano
che alcune di quelle specie meno pregiate di tuber
allora conosciuti, riferibili con ogni probabilità
alle terfezie e alle tirmanie, miceti ipogei attualmente
ancora presenti e tradizionalmente consumati dalle
popolazioni mediorientali e da alcune tribù
nomadi del nord Africa.
Antichi,raffinati
buongustai
Le
prime testimonianze attendibili risalgono al 3000
a.C, e riferiscono sulla grandeconsiderazione
dei "tartufi" da parte dei babilonesi
che li cercavano negli arenili e tra le sabbie
del deserto.
Li esaltava Giacobbe figlio di Isacco e di Rebecca,
terzo patriarca degli Ebrei nei primi secoli a.C,
e sicuramente li apprezzavano i Greci che li dedicarono
ad Afrodite, dea dell'amore (Filossene di Leucade,
eccelso gastronomo, fu tra i primi a sostenere
l'effetto afrodisiaco dei tartufi cotti sotto
la cenere), ed in particolare gli ateniesi che
donarono il diritto di cittadinanza ai figli di
Keripe, grati per aver appreso dal loro padre
nuovi modi di proporli.
Nell'antica Roma, Giovenale nella V satira racconta
la storia del nobile Virrone, che si dilettava
ad invitare amici dalle modeste condizioni economiche
offrendo loro pasti frugali, mentre si faceva
servire sontuosi piatti contornati da profumati
tartufi.
Sicuramente non li disdegnava Lucullo, il raffinato
buongustaio, mentre Marco Gavio Apicio, noto agli
storici di gastronomia come insuperabile cuoco,
autore del De re coquinaria, il più
antico ricettario del quale si abbia notizia,
ne decantano le virtù, proponendoli nelle
sofisticate ricette dell'epoca al pari di Plinio
il Giovane che, estasiato dal profumo e dal sapore
di quello che definiva "miracolo della natura,
gioiello della terra" ci tramanda, in un
suo prezioso epistolario, tra le abitudini gastronomiche
dell'epoca quella di utilizzare il tartufo come
insostituibile condimento per la preparazione
di raffinate ricette.
E Plinio il Vecchio ci rammenta la disavventura
del pretore Licinio che si ruppe un dente addentando
un tartufo nel quale si era celata una moneta.
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